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sabato 9 marzo 2013

Chi guarda chi

Haran II dell’artista americano Frank Stella (foto da Il Post)
Articolo originale: Gente che guarda i quadri

Se non hai il permesso di fotografare un'opera d'arte, puoi sempre fotografare chi la guarda...

giovedì 21 febbraio 2013

Software libero e open source: differenze e somiglianze

return undefined (di nyuhuhuu - Flickr)
Articolo originale: Software gratuito, software libero: un approfondimento
Post precedente: I blog, il diritto d'autore e le licenze d'uso: tra miti e verità

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione
Abbiamo chiarito cosa è il diritto d'autore e cosa si intende per pubblico dominio, vediamo cosa significano questi termini, nell'ambito del software. Iniziamo con la considerazione per la quale, affinché sia estinto il diritto commerciale d'autore, un autore deve essere morto da almeno 50 anni (negli Stati Uniti il limite di decadenza dei diritti d’autore è appunto 50 anni), possiamo quindi ragionevolmente supporre che non esistono, al 2013, software di pubblico dominio, nell'accezione qui data al termine, cioè per i quali siano estinti i diritti economici d’autore e per i quali soprattutto non occorra una licenza d’uso.

Come già detto, molti autori di software, hanno deciso di non avvalersi pienamente dei diritti d'autore, o di garantire parte di questi diritti al pubblico. Questi software vengono detti software libero, categoria che si contrappone a quella di software proprietario. Sebbene libero, essendo soggetto al diritto d’autore, il software libero necessita sempre di una licenza d’uso con la quale si forniscono agli utenti indicazioni su cosa possono e non possono fare con il software in questione. Spesso si usa per il software libero la dizione software di pubblico dominio che come abbiamo visto è una espressione errata.
Richard Matthew Stallman (Wikipedia)
Ci si potrebbe domandare perché questi autori rinuncino volontariamente ad alcuni diritti, possiamo trovare una risposta nella vicenda e nell'operato di Richard Stallman, programmatore e attivista statunitense, inventore dell’espressione software libero (e del termine copyleft che si contrappone a copyright) e fondatore della Free Software Foundation una organizzazione che si occupa di eliminare le restrizioni sulla copia, sulla redistribuzione, sulla comprensione e sulla modifica dei programmi per computer. L’idea di fondo da cui parte il concetto di software libero è la condivisione del sapere. Richard Stallman stava lavorando ad un interprete Lisp. La ditta Symbolics chiese di poter utilizzare l'interprete Lisp e Stallman accettò di fornire loro una versione di pubblico dominio della sua opera. Symbolics estese e migliorò l'interprete Lisp, ma quando Stallman volle accedere ai miglioramenti che Symbolics aveva apportato al suo interprete, Symbolics rifiutò. Così Stallman, nel 1984, iniziò a lavorare per sradicare questo tipo di comportamento, che chiamò "accaparramento del software" (in inglese software hoarding). Stallman inventa una licenza d’uso: la GNU General Public License (GNU GPL), questa licenza dà il permesso agli utenti di utilizzare, diffondere e modificare liberamente il programma, ma li obbliga, pena la decadenza dei permessi di prima, a ridistribuire il programma sotto la stessa licenza in modo da garantire gli stessi diritti in perpetuo. Stallman in seguito introdusse il concetto di copyleft. Con questo termine si individua una modalità di esercizio del diritto d'autore che sfrutta i principi di base del diritto d'autore non già per controllare la circolazione dell'opera bensì per stabilire un modello virtuoso di circolazione dell'opera e che si contrappone al modello detto proprietario (abbiamo già visto come il concetto di copyright sia nato per limitare la circolazione delle opere scritte e per tutelare l'editore non l'autore). Il copyleft non potrebbe dunque esistere al di fuori del complesso delle norme sul diritto d'autore. Una licenza basata sui principi del copyleft trasferisce a chiunque possegga una copia dell'opera alcuni dei diritti propri dell'autore. Inoltre consente la redistribuzione dell'opera stessa solo se tali diritti vengono trasferiti assieme ad essa. Fondamentalmente, questi diritti sono le quattro "libertà fondamentali" indicate da Stallman:
  1. Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo
  2. Libertà di studiare il programma e modificarlo
  3. Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo
  4. Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
Quindi benché spesso usate una al posto dell’altra:
  • il termine software libero indica un programma per il quale la licenza d’uso garantisce le quattro libertà di cui sopra;
  • il termine copyleft indica una modalità di gestione dei diritti d’autore;
  • il termine GNU GPL invece è il nome di una licenza d’uso di tipo copyleft e non è la sola esistente.
Un software libero è anche gratuito per antonomasia? Assolutamente no! Fino ad ora non si è fatto riferimento al costo del software. Un programma distribuito sotto una licenza di tipo copyleft può tranquillamente essere venduto, la licenza garantisce soltanto le libertà di cui sopra non che sia anche gratuito. L’equivoco nasce dal fatto che in inglese gli aggettivi libero e gratuito sono sinonimi e si scrivono entrambi con il termine free; per questo motivo l’espressione free software può significare sia software libero che software gratuito. Stallman stesso ha più volte sottolineato come il termine free vada inteso come "libertà di parola” (free speach) e non come “birra gratis” (free beer)!

I software liberi sono migliori dei software proprietari? Secondo i suoi sostenitori il software libero presenta numerosi vantaggi rispetto al software proprietario. Per esempio essendo possibile modificare liberamente il software, è possibile personalizzarlo ed adattarlo alla proprie esigenze. Il codice sorgente è sottoposto ad una revisione da parte di moltissime persone, pertanto è più difficile che contenga bachi e malfunzionamenti, se viene scoperto un baco o una falla di sicurezza, la sua correzione di solito è molto rapida. Essendo il sorgente liberamente consultabile, è molto difficile inserire intenzionalmente nel software backdoor, cavalli di Troia o spyware senza che questi vengano prontamente scoperti ed eliminati, come invece è accaduto per alcune applicazioni commerciali. Non esistendo standard proprietari, le cui specifiche sono normalmente segrete, è molto più facile costruire software interoperabile. Il software libero si presta a creare nuove opportunità di business nel campo della formazione e del supporto, oltre che della eventuale personalizzazione del software. Collaborando con sviluppatori volontari e utilizzando il lavoro della comunità, anche le piccole e medie imprese sono in grado di sviluppare e vendere prodotti di alta qualità, senza dover ampliare il loro organico.

Dunque un software libero è un software per il quale l’autore ha rinunciato a parte dei propri diritti d’autore, ma è l’unico modo di definire un software libero? No.
Secondo Stallman e la sua Free Software Foundation un software è libero solo se usa una licenza di tipo copyleft, riconosciuta dalla FSF, che garantisce le quattro libertà di cui si è scritto e le perpetua nei programmi derivati. Citando Stallman:
“Queste libertà sono d'importanza vitale. Sono delle libertà essenziali, non soltanto per quanto riguarda l'utente in sé, ma perché queste libertà promuovono la solidarietà sociale, cioè lo scambio e la cooperazione. Diventano sempre più importanti man mano che la nostra cultura e le attività delle nostre vite sono sempre più legate al mondo digitale. In un mondo di suoni, immagini e parole digitali, il software libero diventa sempre più una cosa simile alla libertà in generale.”
Il software libero parte da considerazione sociali e per molti aspetti è una forma di filosofia. Le implicazioni sociali del software libero sono notevoli. La condivisione del sapere non permette a un gruppo ristretto di persone di sfruttare la conoscenza (in questo caso tecnologica) per acquisire una posizione di potere. Inoltre, è promossa la cooperazione delle persone, che tendono naturalmente ad organizzarsi in comunità, cioè in gruppi animati da un interesse comune.

Agli inizi degli anni novanta le sole licenze di software libero disponibili erano quelle create dalla FSF: la GNU GPL  e la GNU LGPL (una versione meno aggressiva della prima licenza che permette di collegare un software a librerie di software libero senza essere obbligati a ridistribuire sotto la stessa licenza il primo programma) entrambe erano ovviamente di tipo copyleft cosa che le faceva vedere con sospetto dalla comunità industriale a causa della "viralità" (ogni opera derivata doveva essere ridistribuita secondo la stessa licenza). Lo stesso fervore ideologico di Stallman era visto con sospetto. Un gruppo di programmatori decise di creare delle licenze di software libero meno restrittive di quelle della FSF spogliandole della componente ideologica e puntando di più sui vantaggi pratici per le aziende. Nasce la Open Source Initative (OSI). L'organizzazione è stata fondata nel febbraio 1998 da Bruce Perens e Eric S. Raymond, quando la Netscape Communications Corporation pubblica il codice sorgente del suo prodotto principale, Netscape Communicator, come software libero a causa della progressiva riduzione dei margini di profitto e della competizione con il programma Internet Explorer di Microsoft.

Un software è open source se segue la Open Source Definition:
  1. Ridistribuzione libera. La licenza non può impedire ad alcuna parte in causa la vendita o la cessione del software. Chiunque deve poter fare tutte le copie che vuole, venderle o cederle, e non deve pagare nessuno per poter fare ciò.
  2. Codice sorgente. Il programma deve includere il codice sorgente. Codice deliberatamente offuscato non è ammesso. Questo in quanto il codice sorgente è necessario per modificare o riparare un programma.
  3. Opere derivate. La licenza deve permettere modifiche e opere derivate e deve consentire la loro distribuzione sotto i medesimi termini della licenza del software originale, in quanto il software serve a poco se non si può modificare per fare la manutenzione ad esempio per la correzione di errori o il porting su altri sistemi operativi.
  4. Integrità del codice sorgente dell'autore. La licenza può proibire che il codice sorgente venga distribuito in forma modificata solo se la licenza permette la distribuzione di pezze ("patch file") con il codice sorgente allo scopo di migliorare il programma al momento della costruzione.
  5. Nessuna discriminazione contro persone o gruppi. La licenza deve essere applicabile per tutti, senza alcuna discriminazione per quanto nobile possa essere l'obiettivo della discriminazione. Ad esempio non si può negare la licenza d'uso neanche a forze di polizia di regimi dittatoriali.
  6. Nessuna discriminazione di settori. Analogamente alla condizione precedente, questa impedisce che si possa negare la licenza d'uso in determinati settori, per quanto questi possano essere deplorevoli. Non si può dunque impedire l'uso di tale software per produrre armi chimiche o altri strumenti di distruzione di massa.
  7. Distribuzione della licenza. I diritti relativi al programma devono applicarsi a tutti coloro ai quali il programma sia ridistribuito, senza necessità di esecuzione di una licenza aggiuntiva.
  8. La licenza non deve essere specifica a un prodotto. I diritti relativi a un programma non devono dipendere dall'essere il programma parte di una particolare distribuzione di software.
  9. La licenza non deve contaminare altro software. La licenza non deve porre restrizioni ad altro software che sia distribuito insieme a quello licenziato.
  10. La licenza deve essere tecnologicamente neutra. Nessuna clausola della licenza deve essere proclamata su alcuna singola tecnologia o stile di interfaccia.
La scelta a favore dell'Open Source da parte di alcune importanti imprese del settore come la Netscape, l'IBM, la Sun Microsystems e l'HP, facilitarono l'accettazione del movimento Open Source presso l'industria del software, facendo uscire l'idea della "condivisione del codice" dalla cerchia ristretta nella quale era rimasta relegata fino ad allora. Nonostante il nome che può essere tradotto con "sorgente aperto" il fatto che un programma dia la possibilità di accedere ai propri codici sorgenti non implica che sia open source, lo è solo se rispetta interamente la definizione di cui sopra. 

Se non notate particolari differenze tra i due modi di intendere il software libero della Free Software Foundation e della Open Source Initative, non sorprendetevi: non siete i soli! In pratica, le definizioni operative del software libero e del software open source sono quasi equivalenti. Le liste di licenze accettate e mantenute dalla FSF e dal OSI sono abbastanza simili, differendo in particolare solo in casi limite come la prima versione dell'Apple Public Source License e dell'Artistic License. I membri dei movimenti per il software libero e per l'open source di solito non hanno problemi a cooperare in progetti software comuni. Se siete curiosi potete comunque leggere un famoso scritto di Stallman che "mette i puntini sulle i" circa le differenze tra software libero e open source.

La OSI ha una lista di licenze open source. Perché una licenza vada in questa lista deve rispettare la Open Source Definition e deve seguire un processo di approvazione. La Free Software Foundation (FSF) ha a sua volta una lista di licenze ritenute libere (nella lista ci sono anche licenze ritenute da alcuni erroneamente libere e la spiegazione del perché non lo sono), per ognuna c'è scritto se è compatibile o no con la GNU General Public License. La lista delle licenze open source (secondo la definizione OSI) e la lista delle licenze libere (secondo la definizione della FSF) sono quasi coincidenti, ma ci sono alcune eccezioni.

Infine una particolarità parecchio importante: una licenza open source non è detto che rimanga tale per sempre perché è tale in quanto risponde alla definizione di Open Source, se la definizione cambiasse (e non ci sono limiti o garanzie in merito) una licenza che oggi è open source potrebbe non esserla domani e viceversa. Invece una licenza FSF rispondendo alle 4 libertà fondamentali lo resterà per sempre. 

domenica 10 febbraio 2013

Le leggi che strangolano la creatività


Video Originale: Larry Lessig: le leggi stanno strangolando la creatività

Concludiamo questa settimana sul diritto d'autore, sulla privacy, sulle licenze d'uso Creative Common con questo intervento di Larry Lessig, giurista e attivista, da sempre impegnato nello studio della proprietà intellettuale. Ecco la trascrizione in Italiano del discorso:
(Applausi) Desidero parlarvi un po' di contenuti generati dagli utenti. Vi racconterò tre storie per arrivare a sostenere una tesi che vi darà qualche spunto su come aprire al mercato i contenuti generati dagli utenti. Ecco la prima storia.

John Philip Sousa (Wikipedia)
1906. Quest'uomo, John Philip Sousa, ha viaggiato fin qui, al Congresso degli Stati Uniti, per parlare di questo apparecchio, che chiamava, cito, la "macchina parlante". Sousa non era un fan delle macchine parlanti. Ecco quanto doveva dire: "Queste macchine parlanti finiranno per rovinare lo sviluppo artistico della musica in questo paese. Quando ero ragazzo, davanti a ogni casa nelle sere d'estate si vedevano gruppi di giovani cantare le canzoni dell'epoca, le vecchie canzoni. Oggi si sentono queste macchine infernali notte e giorno. Non avremo più corde vocali", disse Sousa. "Le corde vocali saranno eliminate da un processo evolutivo come per la coda dell'uomo quando discese dalla scimmia".
Ora, questa è l'immagine su cui voglio vi soffermiate. È un'immagine culturale. Potremmo descriverla in moderno linguaggio informatico come una cultura di lettura/scrittura. È una cultura in cui la gente partecipa alla creazione e alla ri-creazione della cultura. Perciò è di lettura/scrittura. Sousa temeva che avremmo perso questa abilità per colpa delle "macchine infernali". L'avrebbero spazzata via. E in sostituzione avremmo avuto l'opposto della lettura/scrittura, ciò che potremmo chiamare una cultura "di sola lettura". Una cultura in cui la creatività viene fruita ma il fruitore non è un creatore. Una cultura a proprietà verticale in cui le corde vocali di milioni di persone sono sparite.
Ora, se guardate indietro al ventesimo secolo, almeno in quello che per noi è il cosiddetto "mondo sviluppato", è difficile non concludere che Sousa aveva ragione. Mai in precedenza nella storia la cultura umana è stata a tal punto professionalizzata e concentrata. Mai in precedenza la creatività di milioni di persone è stata così efficacemente rimossa, rimossa per via di queste "macchine infernali". Il ventesimo secolo è stato il secolo nel quale, almeno nei luoghi che più conosciamo, la cultura è passata da lettura/scrittura a sola lettura.

William Blackstone (Wikipedia)
Seconda storia. Quella fondiaria è un tipo di proprietà; è una proprietà, è protetta dalla legge. Come diceva Lord Blackstone: la legge tutela i fondi dall'accesso abusivo e per gran parte della storia giuridica si è presunto che la proprietà si estendesse all'infinito nel sottosuolo e fino a un punto imprecisato nel cielo. Ecco, questo è stato un buon sistema per gran parte della storia del diritto di proprietà fondiaria, fino all'avvento di questa tecnologia. La gente cominciò a chiedersi se questi ritrovati non violassero l'altrui proprietà quando sorvolavano fondi altrui senza l'autorizzazione delle fattorie sottostanti mentre viaggiavano per il Paese. Bene, nel 1945 la Corte Suprema ebbe modo di occuparsi della cosa.
Due agricoltori, Thomas Lee e Tinie Cosby, che allevavano polli ebbero seriamente a lamentarsi di questa tecnologia. Contestavano il fatto che i loro polli seguivano le rotte degli aeroplani e andavano a schiantarsi contro i muri del fienile quando gli aeroplani sorvolavano la proprietà. Così si rifecero a Lord Blackstone, per sostenere che gli aeroplani violavano la proprietà. Da tempo immemorabile la legge aveva stabilito che non si può sorvolare un fondo senza il permesso del proprietario, di conseguenza i voli dovevano cessare. La Corte Suprema considerò il secolare assunto e si pronunciò, in un'opinione scritta dal giudice Douglas, in senso sfavorevole ai Cosby. La Corte disse che la dottrina secondo cui la terra era protetta fino al cielo non trovava spazio nel mondo moderno, altrimenti ogni volo intercontinentale sarebbe stato soggetto... avrebbe esposto le compagnie a infinite azioni a tutela della proprietà. Buon senso, idea rara in diritto... ma eccolo qua: il buon senso. (Risate) Si rivolta a quell'idea, il buon senso.

ASCAP Logo (dal sito ufficiale)
Ultima storia. Prima di Internet, l'ultimo grande terrore che si è abbattuto sull'industria dei contenuti è stato un terrore creato da questa tecnologia: la radiodiffusione. Un nuovo modo di diffondere opere creative e quindi una nuova battaglia per il controllo delle società che avrebbero diffuso opere creative. Ora, a quel tempo il soggetto, il cartello che controllava i diritti di comunicazione al pubblico della maggior parte della musica radiodiffusa con queste tecnologie era l'ASCAP. Avevano una licenza esclusiva sui brani più celebri e la esercitavano in modo da dimostrare alle emittenti chi era davvero a comandare. E così tra il 1931 e il 1939 aumentarono le tariffe di un buon 448%, fino a che le emittenti non si riunirono e dissero: ok, ne abbiamo abbastanza. E nel 1939 un avvocato, Sydney Kaye, fondò qualcosa chiamato Broadcast Music Incorporated. La conosciamo come BMI. E la BMI fu molto più democratica sulle opere da includere nel suo repertorio, includendovi per la prima volta musica afro-americana. Ma la cosa più importante fu che la BMI prese brani di dominio pubblico e ne fece nuovi arrangiamenti, che diede via gratis ai suoi sottoscrittori. Quindi nel 1940 quando l'ASCAP minacciò di raddoppiare le sue tariffe la maggior parte delle emettenti passò alla BMI. Ora, quelli dell'ASCAP dissero che non gli importava. La gente si sarebbe ribellata, sostennero, perché la musica migliore non era più disponibile, essendo le emittenti passate alle cose di seconda scelta e di dominio pubblico fornite dalla BMI. Ebbene, non si ribellò e nel 1941 l'ASCAP fallì. E il punto importante da riconoscere è che nonostante queste emittenti diffondessero qualcosa che potremmo definire di seconda scelta, la loro concorrenza fu sufficiente a spezzare, allora, questo cartello legale nell'accesso alla musica.
Ok. Tre storie. Ed ecco ciò che voglio sostenere. Per come la vedo io, la cosa più importante da riconoscere all'operato di Internet è la possibilità di ripristinare la cultura della lettura/scrittura di cui aveva nostalgia Sousa. La tecnologia digitale è l'occasione per fare rivivere quelle corde vocali di cui lui parlava con tanta passione al Congresso. Contenuti generati dagli utenti, che si diffondono nel mercato con modalità di estremo valore come queste, celebrando la cultura amatoriale. Con ciò non intendo la cultura dell'approssimazione, intendo una cultura in cui la gente realizza cose per amore di ciò che fa e non per denaro. Intendo la cultura che i vostri figli producono ogni momento. Perché quando pensate alla visione romantica di Sousa dei ragazzi riuniti a suonare i pezzi dell'epoca, le vecchie canzoni, dovreste riconoscere ciò che i vostri figli fanno oggi. Prendendo canzoni attuali e quelle di una volta e remixandole per farne qualcosa di diverso. È così che intendono l'accesso a questa cultura. Bene, facciamo solo qualche esempio, giusto per avere un'idea di ciò di cui parlo.
Questo si chiama "Anime Music Video", è il primo esempio. Prende un cartone dalla tv e lo ricombina con una traccia audio. (Musica) Ora dovreste avere... abbiate fede. Gesù sopravvive. Non preoccupatevi. (Musica: "I Will Survive" di Gloria Gaynor) (Risate) E questo è il migliore. (Musica: "Endless Love" di Lionel Ritchie e Diana Ross) Amore mio... Non ci sei che tu nella mia vita... L'unica cosa che brilla... Il mio primo amore... Sei ogni mio respiro... Sei ogni mio passo... E io... Io voglio dividere con te tutto l'amore che ho... Nessun altro ci sarà... E i tuoi occhi... mi dicono quanto ci tieni... (Musica) Bene, questo è il remix. (Applausi) È importante evidenziare ciò che invece non è... non è quello che chiamiamo "pirateria". Non mi riferisco a, né giustifico chi si appropria dei contenuti altrui in blocco e li distribuisce senza il permesso dell'autore. Mi riferisco invece a chi prende per ricreare usando contenuti altrui, usando tecnologie digitali, per dire le cose in modo diverso. Ora, l'importanza di tutto ciò non è la tecnica che avete visto qui. Perché, naturalmente, ogni tecnologia che avete visto qui è qualcosa che la televisione e i produttori cinematografici sono in grado di fare da cinquant'anni. Ciò che conta è che quella tecnologia è ora disponibile a tutti. Oggi chiunque abbia accesso a un computer da 1.500 dollari è uno che può prendere suoni e immagini dalla cultura che ci circonda e usarli per dire le cose in modo diverso. Questi strumenti della creatività sono diventati strumenti del linguaggio. Sono l'alfabetizzazione di questa generazione. È così che parlano i nostri figli. È così che pensano; è così che sono, a mano a mano che capiscono la tecnologia digitale e il suo rapporto con loro stessi.
Ora, in risposta a questo nuovo uso della cultura attraverso il digitale le leggi non hanno salutato il ritorno di Sousa con molto buon senso. Al contrario, la struttura della legge sul diritto d'autore e la struttura delle tecnologie digitali, interagendo tra loro, hanno prodotto l'assunto che queste attività siano illegali. Perché se il diritto d'autore ha come nocciolo la disciplina delle riproduzioni allora nel mondo digitale l'unico fatto a cui non si può sfuggire è che ogni singolo uso della cultura genera una riproduzione. Ogni singolo uso richiede perciò un permesso; senza un permesso violate la proprietà. Accedete abusivamente, in base più o meno alla stessa logica per cui questa gente accedeva abusivamente. Il buon senso qui, tuttavia, non si è ancora ribellato in risposta a questa risposta che la legge ha offerto a queste forme di creatività. Invece, ciò che abbiamo visto è qualcosa di molto peggio di una rivolta. C'è un crescente estremismo che viene da ambo le parti di questo confronto, in risposta a questo conflitto tra la legge e l'uso di queste tecnologie.
Una parte realizza nuovi strumenti come uno annunciato di recente che permette di eliminare automaticamente da siti come YouTube qualsiasi opera che includa materiale protetto, siano o no applicabili eccezioni d'uso consentite che rendano invece legittima quell'opera. E dall'altra parte, tra i nostri ragazzi, c'è un crescente rigetto del diritto d'autore, una generazione che rifiuta la nozione stessa alla base di questo diritto, rifiuta il diritto d'autore e crede che la legge non sia altro che un'idiozia da ignorare e da combattere ad ogni possibile occasione. L'estremismo di una parte genera l'estremismo dell'altra, un fatto questo che dovremmo avere da tempo imparato, e ambo le parti in questo conflitto hanno torto marcio. Ora, il bilanciamento per il quale cerco di battermi... Io, come ogni buon liberale cerco di battermi innanzitutto rivolgendomi al governo. Tremendo errore, non è vero? (Risate)
Mi rivolgo innanzitutto ai tribunali e ai deputati eletti per spingerli a fare qualcosa per rendere più sensato il sistema. Ho fallito in parte perché i tribunali sono troppo passivi, in parte perché i deputati sono corrotti, e con ciò non intendo che vengano pagati per bloccare le vere riforme, ma piuttosto che l'economia dell'influenza che fa funzionare il Congresso fa sì che il legislatore non comprenda la situazione finché non è troppo tardi per sistemarla. Dunque, abbiamo bisogno di qualcosa di diverso, di una soluzione diversa, e la soluzione qui, secondo me, è una soluzione privata, una soluzione che mira a legalizzare ciò che vuol dire essere giovani, e a comprendere il potenziale economico della cosa, ed è proprio dove la storia della BMI cade a fagiolo. Perché, come la BMI ha dimostrato, la concorrenza qui può ottenere qualche forma di bilanciamento. Lo stesso può accadere oggi. Non abbiamo opere in pubblico dominio cui attingere oggi, e allora ciò che ci serve sono due tipi di cambiamento.
Primo, che artisti e creatori abbraccino l'idea; scelgano che il loro lavoro sia disponibile più liberamente. Ad esempio, possono dichiarare che le loro opere sono disponibili gratis per uso non commerciale, per uso amatoriale, ma a pagamento in caso di uso commerciale. Secondo, abbiamo bisogno che le imprese che creano questa cultura di lettura/scrittura abbraccino questa opportunità in modo espresso, che la attivino, in modo che questa ecologia del libero o quasi libero contenuto possa crescere su un terrero neutrale dove entrambe le culture coesistano insieme, in modo che la più libera possa competere con la meno libera, e l'occasione di sviluppare la creatività in questa gara possa insegnare all'una la lezione dell'altra.
Ora vorrei parlarvi di uno specifico progetto di questo genere, di cui ho conoscenza, ma non voglio violare il primo comandamento di TED sulle vendite, perciò non ne ve parlerò. Invece, voglio ricordarvi il succo di ciò che ci ha insegnato la BMI: che la scelta degli artisti è la chiave per una nuova tecnologia che voglia sperare di aprirsi al mercato, e dobbiamo rendere possibile la scelta degli artisti se queste tecnologie vogliono giocarsi questa occasione. Ma lasciatemi terminare con qualcosa che ritengo ancora più importante... ancora più importante del mercato. Voglio fare il punto su come tutto ciò si colleghi con i nostri ragazzi. Dobbiamo renderci conto che sono diversi da noi. Noi siamo così, giusto? (Risate) Noi facevamo compilation su nastro; loro remixano i brani. Noi guardavamo la tv; loro fanno tv.
È la tecnologia ad averli resi diversi, e quando vediamo ciò che può fare questa tecnologia dobbiamo ammettere che è impossibile reprimere l'istinto che la tecnologia produce; possiamo solo criminalizzarlo. Non possiamo impedire ai nostri figli di farne uso; possiamo solo deviarlo sottoterra. Non possiamo far tornare passivi i nostri figli; possiamo soltanto trasformarli in "pirati". Ce ne viene qualcosa? Viviamo in un tempo strano, un tempo di proibizioni, in cui in molte zone della nostra esistenza viviamo costantemente in violazione della legge. Gente normale vive violando la legge, e questo è ciò che io, noi, stiamo facendo ai nostri figli. Vivono la loro vita ben sapendo di farlo contro la legge. Questa consapevolezza è straordinariamente corrosiva, straordinariamente corruttrice. In una democrazia dovremmo saper fare di meglio. Fare di meglio quantomeno per loro, se non anche per il mercato. Grazie molte. (Applausi)

giovedì 7 febbraio 2013

Contro la cultura del brevetto e del copyright

Macchina a vapore di James Watt (Wikimedia)
Articolo originale: Perché Napster aveva ragione

Continuiamo il nostro excursus sul diritto d'autore segnalando questo breve estratto di un libro da poco uscito dal titolo "Abolire la proprietà intellettuale" di  Michele Boldrin e David K. Levine edito da Laterza. Nel libro si propone una tesi originale e provocatori: i copyright e i brevetti sono un male perché limitano maggiori innovazioni. Il futuro, sostengono gli autori, dipenderà dalla nostra capacità di abolire la proprietà intellettuale.
«Quando un innovatore ha l'idea di un nuovo prodotto, ne produce delle copie da mettere in vendita: quelle copie dell'idea sono di sua proprietà esattamente come i suoi calzini e decide lui quante venderne e a che prezzo. La vendita riguarda sempre e solamente le copie: le copie di un'idea si possono vendere, non l'idea stessa. In assenza di monopolio intellettuale, una volta che io abbia venduto volontariamente una copia della mia idea ad altri – per esempio una copia di questo libro – costoro diventano i proprietari di quella copia mentre io serbo la mia idea insieme a tutte le altre copie che ho stampato ma non ancora venduto. Effettuata questa vendita, gli acquirenti possono fare ciò che pare loro più appropriato con le copie della mia idea, nello stesso modo in cui possono fare ciò che pare loro con il tritaghiaccio che avevano comprato ieri da qualcun altro. Senza proprietà intellettuale, in particolare, gli acquirenti di questo libro potrebbero dedicare del tempo e delle risorse per farne delle nuove copie al fine di rivenderle: se ne cambiassero il titolo oppure il nome degli autori o se si lanciassero in qualche inganno fraudolento, si tratterebbe di plagio, non di violazione della proprietà intellettuale; ma se cambiassero la copertina, la qualità della carta, la fonte dei caratteri, la catena distributiva, o perfino se modificassero il testo, inserendo un chiaro riferimento agli autori originali – non verrebbe violato alcun diritto di proprietà.»
Nell'articolo linkato si trova un breve estratto del libro in cui viene raccontata la paradossale storia di James Watt, inventore della macchina a vapore, il quale trascorse gran parte della propria vita ad utilizzare il suo brevetto per intralciare i propri competitori, piuttosto che migliorare la propria macchina; motore che invece ebbe una rapidissima evoluzione non appena i brevetti cessarono di essere validi.

Segnalo anche due recensioni-articoli del testo di due quotidiani economici:
Recensione intervista sul Corriere Economia "Brevetti: non fermate l'evoluzione"
Recensione sul Sole 24 Ore "Le stonature del copyright"

mercoledì 6 febbraio 2013

I blog, il diritto d'autore e le licenze d'uso: tra miti e verità

Copyright license choice (di opensourceway - Flickr)
Mio articolo originale: Software gratuito, software libero: un approfondimento

Questa volta mi autocito e amplio un mio vecchio articolo.

Il tragico suicidio di Aaron Swartz ha portato alla ribalta le Creative Commons di cui Swartz era stato l'inventore. Ancora oggi spesso si fa molta confusione tra i vari termini di copyright, licenza d'uso e diritti d'autore. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza e di sfatare qualche mito cominciando con il concetto di diritto d'autore.

Questo post non vuole essere un saggio di giurisprudenza, quindi alcuni passaggi saranno semplificati per permettere una migliore comprensione a chi non è avvezzo alla terminologia giurisprudenziale, se qualcuno volesse fare qualche precisazione lo scriva nei commenti e provvederò alla eventuale correzione.

Tornando al diritto d'autore, quando una persona crea un qualcosa di originale (sia essa un libro, un post, una melodia o un oggetto) per legge acquisisce un  insieme di facoltà che hanno lo scopo di garantirgli dei diritti morali ed economici su quel qualcosa. Questo insieme di facoltà, questi diritti, vengono chiamati appunto "diritti d’autore". In Italia sono disciplinati dalla legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modificazioni e dal Titolo IX del Libro Quinto del Codice Civile, per i programmi informatici la legge 633/41 è stata aggiornata con il D. lgs. 518 emanato il 29 dicembre 1992. Nel mondo anglosassone quando ci si riferisce al diritto d’autore si usa il termine copyright, spesso indicato con il simbolo © (in verità copyright e diritto d'autore non sono esattamente la stessa cosa, ma vedi in seguito per un maggiore approfondimento). 

Quali sono le opere coperte da diritto d'autore? La legge fornisce un elenco non esaustivo e comprende opere letterarie, musicali, arti figurative, architettura, teatro, cinematografia, fotografia, software, database e disegni tecnici. Più in generale qualunque opera dell'intelletto umano. Il contenuto di un blog è ovviamente coperto dal diritto d'autore.

Quando inizia la copertura del diritto?  Il diritto d'autore nasce automaticamente con l'atto di creazione dell'opera, quindi non c'è alcun obbligo di deposito, pubblicazione o registrazione affinché il diritto sia riconosciuto; ovviamente l'iscrizione a registri come la SIAE può essere di aiuto per stabilire la paternità dell'opera.

Che diritti ha praticamente l’autore? Il diritto d’autore è composto da due parti: il diritto morale e il diritto economico. Il primo (diritto morale) riguarda l’autore ed è volto a tutelarne la figura, in pratica garantisce allo stesso la possibilità di rivendicare la paternità della propria opera e il mantenimento della sua integrità, il secondo (diritto economico) permette all'autore, da un lato, di sfruttare la propria opera in ogni forma e modo e dall'altro di impedire che terze persone possano servirsene a fini economici.

Si può vendere il diritto d'autore? No, in Italia è inalienabile (in altri paesi invece sì). Quando un autore vende una propria opera ad un cliente, un programma per esempio, sta trasferendo a colui che compra dei diritti di utilizzazione (non i diritti d'autore) che sono normati da una licenza d’uso. La licenza d’uso descrive dettagliatamente ciò che il cliente può fare e non può fare con l’opera e deve essere sempre presente. Esiste un caso particolare, cioè se l'autore accetta esplicitamente che la propria opera sia modificata "non è più ammesso ad agire per impedirne l'esecuzione o per chiederne la soppressione " (art 22.2 L. 633/41). Un discorso a parte, ma che esula dai nostri fini, meriterebbe la questione dei Ghostwriter, la cui posizione giuridica, in Italia, è particolare: sono titolari dei diritti d'autore, ma hanno ceduto a terzi i diritti di pubblicazione; possono, in qualunque momento, reclamare la paternità dell'opera, ma allo stesso tempo ciò li porterebbe a venir meno al vincolo di segretezza del contratto di cessione; la legge non chiarisce se i lettori possono essere messi al corrente del reale autore: la legge lo imporrebbe, ma svelarlo farebbe violare la legge stessa(!).

Il diritto d’autore dura per sempre? Si e no: il diritto morale dura per sempre (anche dopo la morte dell’autore), quello economico no, in Italia dura fino al 70 anno dalla morte dell’autore. Estinto il diritto d’autore (o meglio il diritto economico d’autore visto che quello morale è inestinguibile) l’opera diventa di Pubblico Dominio e non necessita di una licenza d’uso. Per fare un esempio chiarificatore "I Malavoglia" di Giovanni Verga è ormai di pubblico dominio: può essere pubblicato da chiunque e chiunque può guadagnare dalla sua vendita (cessazione del diritto economico d’autore), ma nessuno può attribuirsene la paternità (diritto morale inestinguibile).

Che succede se si pubblicano opere senza rispettare i diritti d'autore? Pubblicare, recitare, cantare mettere a disposizione un opera senza rispettare i diritti d'autore comporta una multa che va dai 50 ai 2000 euro, qual'ora avvenisse anche l'usurpazione della paternità dell'opera è previsto il carcere.

Quindi è possibile pubblicare, senza pagare diritti, solo opere di Pubblico Dominio? In generale si, ma la legge prevede che possono essere pubblicati: articoli di riviste in cui non sia espressamente riportato la dicitura "Tutti i diritti riservati", purché venga citato correttamente autore e fonte; discorsi pubblici, purché venga citato autore e luogo; riassunti di un opera purché siano per fini di critica o didattica e non ci sia nessuno sfruttamento economico.

Cosa appartiene al Pubblico Dominio? In Italia e nell'Unione Europea, tutte le opere per le quali l'autore è morto da 70 anni. A queste possiamo però aggiungere altre opere per le quali l'autore ha espressamente deciso di non avvalersi pienamente dei diritti d'autore, o di garantire parte di questi diritti al pubblico. Nel linguaggio colloquiale queste ultime opere che dovrebbero in verità definirsi "contenuto libero", prendono anche il nome di pubblico dominio, commettendo però, come avrete capito, un errore.

Copyright e diritto d'autore sono la stessa cosa? In realtà no. Il copyright è un concetto legale che esiste nel mondo anglosassone ed è in realtà il diritto alla copia e pubblicazione di opere di ingegno. Nasce con intenti repressivi, allorquando con l'invenzione della stampa meccanica la monarchia Britannica si ritrova nella necessità di dovere porre un freno e censurare un numero sempre maggiore di pubblicazioni. Una nuova opera veniva valutata e inserito in un registro sotto la voce di un editore che ne otteneva il diritto esclusivo alla copia (copy - right, appunto); il copyright è quindi un diritto dell'editore, non dell'autore. Nel mondo anglosassone i diritti d'autore (Authors' rights) vengono comunque regolamentati all'interno della legge che gestisce il Copyright, da qui la confusione tra i termini.

Cosa implica il diritto d'autore in un blog? La legge sul diritto d'autore assicura che il contenuto originale di un blog è dell'autore, ma qualora usaste opere di pubblico dominio o di contenuto libero di altri siete obbligati a citare la fonte. Qual'ora non voleste che il vostro lavoro venga citato da latri, vi basterà apporre la dicitura "Tutti i diritti riservati" da qualche parte. Se invece volete permettere l'utilizzo del vostro lavoro con le limitazioni che più vi aggradano siete tenuti a creare una licenza d'uso.

Cosa sono le Creative Commons? Sono delle licenze d'uso, più elastiche del normale che permettono un utilizzo più libero in particolari condizioni, ma che in ogni caso garantiscono all'autore i diritti morali. Questo blog per esempio è sotto licenza "Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia": in soldoni potete riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest'opera, ma non potete dire che è farina del vostro sacco, non potete guadagnare dal materiale prodotto da questo blog e qual'ora modificaste qualcosa dovrete distribuirla alle stesse condizioni. Per creare facilmente una licenza Creative Commons, basta usare il generatore automatico di licenze.

Avere una licenza d'uso in un blog è obbligatorio? No, ma aiuta e non costa nulla, perché non usarla? Sono invece obbligatorie altre cose (Partita IVA, Privacy Policy...) di cui parleremo in un altro post.

martedì 5 febbraio 2013

Internet, AdSense e il Copyright

Copyright? (di Stephen Downes - Flickr)
Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

Internet rende accessibile, con un click, numerose fonti di informazione, musica, video, ma spesso si è portati a pensare che il loro utilizzo sia inevitabilmente gratuito: non è così. Il post segnalato è un utile vademecum sul corretto utilizzo delle fonti in un sito internet. Avrete notato che questo blog è  pubblicato sotto una licenza Creative Commons e che le foto che vengono utilizzate sono scelte anch'esse tra immagini di pubblico dominio o sotto licenza Creative Commons e in ogni caso è sempre citata la fonte. Oltre che una scelta etica è soprattutto una questione legale: è obbligatorio citare l'autore di un'opera e pagarne i diritti (oppure, come faccio io, usare solamente opere destinate per licenza ad un utilizzo gratuito).

L'utilizzo di materiale coperto da copyright (senza pagamento dei diritti) è punito dalla legge.

Le norme di AdSense vietano perfino che sul vostro sito siano presenti link ad altri siti contenenti illegalmente opere coperte da copyright. Internet ha, in effetti, modificato profondamente e, in molti casi, aumentato i problemi legali relativi al diritto d'autore e al concetto di gratuità. Spesso i termini freeware o copyright o software libero sono usati a sproposito, vedremo in post successivi di fare chiarezza in materia.

Una nota a margine sulla foto che è un capolavoro di ironia: viene illegalmente usato come marchio di una fotocopisteria che si chiama "Copyright" il simbolo del diritto d'autore!
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